Privacy: se una telefonata intercettata finisce online si ha diritto al risarcimento?

Secondo quanto pubblicato recentemente sul sito di Federprivacy, il diritto di cronaca non prevede risarcimento automatico nel caso in cui un’intercettazione telefonica venga resa pubblica in internet.

In pratica, la divulgazione sulla rete del testo integrale di una telefonata intercettata è giustificata dall’interesse pubblico nei confronti della notizia. Pertanto, l’inibitoria del Garante della Privacy che ne chiede la rimozione non fa scattare in automatico il risarcimento danni in sede civile: questa decisione spetterà infatti al giudice onorario.

A ribadire la possibilità di pubblicare in rete le intercettazioni telefoniche quando risulta prevalente il diritto di cronaca è stata la Corte di Cassazione nella sentenza 13151 datata 25 maggio 2017.

A chiedere un risarcimento a un giornale locale era stato un comandante dei Vigili del Fuoco, proprio nell’ambito dello spinoso concetto della violazione della privacy. Ciò che è accaduto è che una conversazione tra il comandante e un consigliere comunale era stata abusivamente registrata da terze parti e trasferita non soltanto alle autorità, ma anche al giornale – che aveva quindi deciso di pubblicarla sul proprio sito anche in formato audio, dando inoltre la possibilità di scaricarla gratuitamente.

Già la Corte d’Appello aveva respinto la richiesta di risarcimento danni per il comandante dei VVFF e il dipendente comunale, entrambi forzati a dare le dimissioni. Il verdetto sfavorevole, vale la pena sottolinearlo, era arrivato nonostante l’Authority avesse confermato che sia la raccolta che la pubblicazione della conversazione intercettata erano avvenute in violazione della legge, poiché l’intercettazione comprendeva anche dati sensibili come l’orientamento politico dei conversanti.

Sebbene però il Garante della Privacy possa definire uno specifico trattamento dei dati illegittimo e mettervi fine, tocca al giudice definire se vi sia diritto o meno a un risarcimento e, in questo caso, la risposta è stata negativa. Perché? La Cassazione ha così motivato la sua sentenza: “un giornalista può diffondere dati personali anche senza il consenso dell’interessato, purché nei limiti del diritto di cronaca, e in particolare, quello dell’essenzialità dell’informazione rispetto a fatti di interesse pubblico”.