Fallimento aziendale, per la Cassazione non c’è diritto all’oblio

Per i manager di società fallite non esiste diritto all’oblio.

Lo ha stabilito la Cassazione: chi è stato amministratore di una società fallita non può cancellare questa notizia dal registro delle imprese tenuto dalle Camere di Commercio, nemmeno invocando la legislazione sulla tutela privacy e pur trattandosi di informazioni palesemente negative per la reputazione di qualunque professionista.

La Cassazione lo ha stabilito con un’ordinanza adottata dopo avere interessato la Corte di giustizia Ue, per avere la corretta interpretazione della normativa italiana rispetto alla disciplina europea sul trattamento dei dati personali.

L’ordinanza n. 19761 depositata il 9/8/2017 stabilisce dunque che è legittima l’iscrizione e la conservazione nel registro camerale delle informazioni relative alla carica di amministratore e di liquidatore, ricoperta da un soggetto in una società, anche se questa è stata dichiarata fallita e successivamente cancellata dal registro delle imprese.

Il principio di diritto fa dunque prevalere le esigenze della pubblicità commerciale sull’interesse del privato.

Diritto all’oblio negato: il caso specifico

La vicenda specifica che ha portato all’ordinanza della Cassazione riguarda l’amministratore di una società edilizia incaricata della costruzione di un complesso turistico in Italia.
L’interessato sosteneva di essere penalizzato nella vendita delle unità immobiliari dal fatto che i possibili acquirenti non si fidavano di lui, perché nel registro delle imprese era indicato come precedente amministratore di una società fallita.

L’imprenditore edile fede quindi causa alla Camera di Commercio per la diffusione di quella informazione, e vinse in primo grado. La Cassazione, nel successivo grado di giudizio, rinviò però la questione alla Corte di giustizia Ue, chiedendo se la direttiva europea sulla privacy (95/46) e la direttiva sulla pubblicità degli atti delle società (668/151) prevedessero il diritto all’oblio sui dati relativi alle persone fisiche contenuti nel registro delle imprese.

La Corte di giustizia, a questo punto, ha negato il diritto all’oblio.
Questo perché è stata privilegiata l’esigenza di certezza nelle relazioni tra le società e i terzi e la tutela degli interessi di questi ultimi.

Secondo la Corte di giustizia, e secondo la Cassazione, risulta impossibile identificare un lasso di tempo fisso oltrepassato il quale i dati relativi a un fallimento potrebbero essere cancellati. E in un passaggio dell’ordinanza della Cassazione è detto chiaramente che questo non cambierà neppure con la definitiva entrata in vigore del Regolamento Europeo sulla Privacy (2016/679) dal 25 maggio 2018: l’articolo 17, sul diritto all’oblio, esclude infatti l’applicazione di questo diritto ai trattamenti effettuati per un obbligo di legge.
La decisione della Cassazione di negazione del diritto all’oblio è da considerarsi valida per tutti i pubblici registri.