Viviamo nell’era dei social media, passiamo gran parte della nostra giornata, per motivi lavorativi o per svago su queste piattaforme ed è lampante come il concetto di privacy si stia trasformando in qualcosa di sempre più labile e difficile da definire.

Le nostre immagini, il nostro nome, il cognome, l’email sono dati personali che definiscono di fatto la nostra identità nel mondo digitale.

Ogni giorno migliaia di utenti scelgono di iscriversi al social media del momento, scelgono di guardare contenuti che ritengono interessanti piuttosto che altri che trovano divertenti o ancora qualcosa che ritengono utile ma è davvero libera questa scelta?

Facebook per esempio, in base ai nostri like, alle pagine che visitiamo, al luogo in cui viviamo, ci propone contenuti specifici in base alle nostre preferenze o ai nostri interessi.

Questo sistema si chiama profilazione; ma dov’è la nostra libera scelta, dov’è la nostra privacy se è un algoritmo a pilotare le opzioni che abbiamo? E soprattutto dove vanno a finire i nostri dati?

Esistono diverse associazioni che si occupano della tutela delle libertà e dei diritti digitali delle persone, una tra queste è la “Electronic Frontier Foundation” che per sottolineare l’invasività del noto social media ha coniato il nuovo termine “Privacy Zuckering”

E’ risaputo che a distanza di 10 anni, nonostante i molti scandali e le “salate sanzioni” Facebook continui ad utilizzare questi sistemi discutibili.

Un esempio recente, è stato un pop up di Twitter, in cui gli utenti vengono informati, almeno apparentemente, di avere il pieno controllo sui loro dati.

Questo escamotage è già stato utilizzato da Facebook, anni fa, infatti gli utenti vengono invitati ad attivare “annunci personalizzati” e nel caso in cui ci sia un rifiuto, l’utente dovrà comunque sorbirsi “annunci meno pertinenti”.

Facebook per esempio nel caso in cui gli utenti rifiutassero la personalizzazione aveva creato la visualizzazione automatica di un pop-up che chiedeva:

“Sei sicuro? Consentire la personalizzazione istantanea ti offrirà un’esperienza più ricca mentre navighi sul web”.

Fino a poco tempo fa, Facebook metteva anche in guardia gli utenti contro la disattivazione delle sue funzioni di riconoscimento facciale: “Se mantieni disattivato il riconoscimento facciale, non saremo in grado di utilizzare questa tecnologia qualora uno sconosciuto utilizzasse la tua foto per impersonarti”

Persino la presentazione grafica delle possibili opzioni da selezionare era stata studiata per influenzare la decisione del soggetto, infatti il pulsante per attivare l’impostazione era in blu luminoso, quella per disattivare grigio, meno accattivante.

Queste strategie volte a raccogliere più dati personali possibili attraverso la manipolazione delle scelte degli utenti vengono chiamati :”Dark Patterns” (Sistemi Oscuri)

I “Dark Patterns” non riguardano solo i social media, compaiono infatti in tutto il web e spingono le persone ad iscriversi a newsletter, ad aggiungere articoli e beni di consumo ai loro carrelli o ad iscriversi ai servizi in realtà non desiderati.

Come riconoscere i “Dark Pattern” ?

Ecco alcuni esempi pratici per riconoscere questi “sistemi oscuri”:

  • Linkedin: Invia parte del messaggio per email ma per saperne di più ci obbliga a visitare la piattaforma
  • Facebook: tentativo di disabilitare o eliminare l’account ma il sistema rimanda alla funzione di disconnessione.
  • Banner Siti web: per raccogliere alcuni tipi di informazioni prima di accedere al sito web è necessario chiedere il consenso dell’interessato, ma più del 70% di questi banner chiedono di accettare le condizioni della privacy policy senza possibilità di dire no.

I Black Patterns sono interfacce manipolative con un design persuasivo, l’anno scorso negli Stati Uniti è stato presentato un disegno di legge “Deceptive Experiences to Online Users Reduction Act” che ne vieta l’utilizzo per siti web che trattano dati personali

Il senatore Fisher, a sostegno del decreto-legge che ha proposto sottolinea che le richieste fuorvianti di fare semplicemente clic sul pulsante ‘OK’ possono spesso trasferire contatti, messaggi, attività di navigazione, foto o informazioni sulla posizione senza che l’utente se ne accorga.

Proprio per questa ambiguità di fondo riconoscere un “Dark pattern” non è semplice.

Victor Yocco, autore del libro “Design for the Mind: Seven Psychological Principles of Persuasive Design” afferma che tutto il design ha un livello persuasivo, in effetti per definizione il design incoraggia qualcuno ad utilizzare un prodotti in particolare, il che non è sempre negativo, e proprio per questo non è facile individuare i “Black pattern”.

Un punto chiave per scoprire un “Sistema oscuro” è provare ad abbandonare le piattaforme a cui siamo iscritti.

Per esempio se proviamo a disattivare il nostro account Instagram ci accorgiamo quanto sia difficile, inoltre non è possibile farlo dall’app ma è necessario utilizzare la versione desktop del sito, e la funzione è ben nascosta nella sezione “Modifica profilo”.

I social media ormai sono parte integrante della nostra routine quotidiana ma proprio per questo è importante conoscere questi sistemi di manipolazione e di raccolta indebita dei nostri dati, per poter quantomeno orientare le nostre scelte in maniera consapevole.

Fonte:  Federprivacy